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IL NEONAZIONALISMO ANTINAZIONALE

Le dichiarazioni di Berlusconi su Mussolini fatte il 27 Gennaio scorso appositamente in sfregio alla memoria collettiva e all’Europa (che di quella giornata è istitutrice insieme all’ONU) vanno messe insieme a quelle più recenti, ma reiterate, riguardanti la possibilità di uno sfaldamento dell’area Euro e il ritorno alle valute nazionali. Dichiarazioni derivanti da subculture politiche note ma che, messe insieme, disegnano un impasto preciso che colloca Berlusconi all’estrema destra del Partito Popolare Europeo, vicino ad Orban d’Ungheria e in relazione con diversi autocrati slavi.

Queste ultime prese di posizione non vanno rubricate come le solite sparate elettorali e neanche come i vaniloqui di un anziano perché dietro c’è un disegno politico specifico: la ricostruzione di un Neonazionalismo economico.

In questa chiave trova un senso il richiamo alle “cose buone”: il Mussolini dell’intervento pubblico unito alla compressione dei salari per la lira dei record (il ritorno alla valuta nazionale), il Mussolini della “nazione-proletaria” contro le nazioni plutocratiche (ieri la perfida Albione, oggi la Germania e l’Europa) che con retorica strapaesana spostava il conflitto sociale, dopo averlo ridotto con omicidi, galera e olio di ricino, da dentro a fuori, e ancora il Mussolini dei monopoli statali e parastatali (e Berlusconi è un monopolista in concessione pubblica) connessi alle corporazioni dei lavoratori, vera impalcatura socio-economica del fascismo.

Sono questi alcuni punti programmatici che già da alcuni anni vedono Tremonti impegnato in tentativi vari di attualizzazione al contemporaneo.

Si dirà che è un ben strano nazionalismo se come asse principale, appunto proprio via Tremonti, ha il rapporto privilegiato con un partito antinazionale come la Lega Nord, ma proprio questa apparente aporia è il suo dato di modernità, almeno per due motivi.

Il primo è che la torsione antinazionale è il grimaldello che permette di stravolgere la Costituzione Italiana e i suoi equilibri politico-sociali fondati su un compromesso sociale finalizzato al bene comune, all’emancipazione, alla solidarietà e all’universalismo dei diritti. Secondo poi, il discorso delle macroregioni transnazionali europee è utile a boicottare la costituzione europea in fieri, scopo evidente di ogni nazionalismo.

Il Neonazionalismo di cui parliamo si differenzia quindi dal nazionalismo classico perché abbandona l’idea di Stato-Nazione-Repubblica in quanto questa è fortemente connessa con i diritti universali di cittadinanza, con l’equilibrio dei poteri e con il compromesso sociale di cui la nostra Costituzione è garante; mentre ne recupera il concetto di confine e di dogana per uomini e merci ma non per i capitali finanziari.

Queste ultime dichiarazioni di Berlusconi insomma non sono le solite corna, i bubusettete, le battute da playboy o da caporalmaggiore. Sono precisi messaggi che rivelano l’ultima, si spera, incarnazione di quel fenomeno complesso e tremendamente moderno che chiamiamo berlusconismo.

Ma cosa spinge Berlusconi a collocarsi appunto all’estrema destra del PPE? Finora queste istanze, certo presenti nel centrodestra italiano, avevano convissuto con altre di segno più popolar-conservatore, non trovando mai sintesi ma solo momentanei e precari equilibri evidenti, a mò di esemplificazione, nelle continue tensioni tra Tremonti, Fini e Casini.

La differenza l’ha fatta la scesa-salita (in sostanza è rimasto dov’era) di Monti che anche plasticamente, con il sostegno di Fini e Casini, ha scippato al PDL le istanze popolari e golliste. E se Fini e Casini (i traditori!) rappresentano, almeno formalmente, le due culture tradizionali del centrodestraeuropeo (quella popolare e quella gollista appunto), Monti ne incarna la sua più recente trasformazione tecnocratica e finanziaria, che forse ha nel Pantheon più la Tatcher che Adenauer (o almeno la iron lady ha un fornetto più visitato).

Laconvivenza nel PPE di una destra nazionalista e populista e di una tecnocratico-monetarista, tenute comunque insieme da un’adesione di fondo ai principi neoliberisti, sembra aver in effetti messo un po’ in soffitta gli interpreti dell’Economia Sociale di Mercato e del Modello Sociale Europeo che fino a Khol nel PPE erano egemoni.

Ma con la crisi e le esigenze che questa pone tale convivenza sembra scricchiolare, Berlusconi sente il pericolo e, dopo aver tentato un accordo con Monti, passa all’attacco del professore spingendo sul pedale populista del neonazionalismo strapaesano; fino a promettere condoni fiscali e restituzione in contanti di tasse già pagate, con un’evidente messaggio di favoreggiamento alla grande evasione fiscale, vero core-business dei suoi ceti di riferimento.

Occorre fare attenzione perché un dispositivo politico-retorico del genere, in periodi di crisi generale (economica, di sistema, sociale, delle classi dirigenti, morale e culturale), nei Paesi dell’Europa Latina fa sempre presa (il film l’abbiamo già visto) e il differenziale tra i voti di Berlusconi e quelli di Monti nei sondaggi sta lì a ricordarcelo.

E soprattutto dovrebbero ricordarselo le élites economiche scese e salite direttamente in campo con Monti: una loro sconfitta diretta nel confronto col nazionalismo populista produrrebbe effetti imprevedibili nelle stesse élites e tra le forze sociali del Paese.

C’è bisogno che tutti capiscano la reale portata delle prossime elezioni, della prossima legislatura e del pericolo che, ancor più di prima, Berlusconi può farci correre.

Occorre il massimo di responsabilità e di sensibilità istituzionale nazionale ed europea di tutte le forze democratico-costituzionali che, pur nelle loro importanti differenze, devono saper individuare delle priorità per scongiurare la spirale autodistruttiva che il populismo nazionalista innescherebbe. Tra queste il Partito Democratico porta l’onere di essere l’unica forza con un programma e una possibilità di governo, vanta una rete di rapporti internazionali molto importanti, un insediamento sociale reale ed organizzato in tutto il Paese (come la mobilitazione per le primarie ha dimostrato), una capacità di mediazione tra le forze sociali come nessun altro partito, una grande credibilità in Europa.

Questo finale di partita può dunque giocarlo all’attacco, un attacco ordinato, calmo e improntato a quel grande senso di responsabilità che lo rende credibile, ma all’attacco. E’ serio e responsabile anche saper interpretare e organizzare la rabbia e la paura di quei settori impoveriti e abbandonati, di chi si sente tagliato fuori dal futuro e soprattutto dal presente, di chi non può avvertire immediatamente l’Europa come una possibilità, di chi non è nelle reti e cade senza rete, di tutti coloro insomma (e sono molti di più del famoso insediamento storico e soprattutto rappresentano la maggioranza di quegli indecisi fondamentali per la vittoria) che nella solitudine e nella disperazione sociale possono essere attratti dalle sirene neonazionaliste e populiste mentre serve qualcuno che vada a ricordare loro quello che già sanno: che l’unione fa la forza e che da solo non si salva nessuno.

ANDREA MASALA

PRESIDENTE ARCI PLURIVERSO

 

 

Pubblicato il 8/2/2013 alle 8.32 nella rubrica Diario.

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