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non riesco ad essere felice (mi diceva nel chiostro vicino le acciaierie) prova allora ad essere libero (rispondevo) (allora io) come quando a berlino c’era il muro (continuavo) (ancora io) da una parte eri felice, all’altra libero ma come (rispondeva) che gioia e libertà non vanno insieme? in questa nostra (dicevo) preistoria (insistevo) dell’uomo nell’umana preistoria che viviamo (in cui c’è storia solo per le élites, protostoria per noi che scriviamo e leggiamo e facciam conto) (e preistoria per tutti gli altri) (e quindi poi per tutti insomma…) i problemi di cui sopra abbiam divisi (continuavo) a berlino, se da una parte eri felice, dall’altra libero giravi ma questo con consueti incroci (improvvisavo, io) (a questo punto un po’ pentito, io) ché da una parte che eri libero dicevano (ti convincevano di questo dalla culla) (e agli altri tutti lo dicevano) poi dall’altra eri felice e soddisfatto (e solo quello potevi sentire) (solo la tua felicità, e quella di tutti) nell’89 (coi miei diciasett’anni) (con i miei pochi panni) (io) a berlino scansavo le macerie (appunto di quel muro) per camminar così sulla linea dove passava il muro in bilico tra libertà e felicità ho provato una sensazione di incompletezza dell’una e l’altra cosa che ancora non si posa che mi sta ancora qua


 

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2 dicembre 2008

I ROM: A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?

E’ passato poco più di un anno dall’omicidio di Giovanna Reggiani, episodio tragico che costituisce sia un simbolo che una causa di un importante cambiamento delle politiche sull’immigrazione e del senso comune nel nostro Paese.

Una vera e propria security crisis che ha fatto precipitare tante e diverse tensioni sociali su un unico capro espiatorio: i Rom, criminalizzando così un intero popolo e perdendo di vista il principio universale della responsabilità individuale del crimine.
Tra i tanti effetti scaturiti da questa crisi vanno ricordati due “pacchetti sicurezza” caldeggiati e varati a stretto giro da due maggioranze nazionali e due maggioranze capitoline di segno opposto, l’acuirsi di una diffusa diffidenza, quando non ostilità, popolare nei confronti di Rom e Rumeni in genere, campagne elettorali e giornalistiche sotto il segno dell’irresponsabilità e dell’irrazionalità e un insieme di provvedimenti proposti per aumentare la sicurezza che però spesso a molti sono sembrati in contraddizione con il rispetto dei diritti umani fondamentali.
Il caso più emblematico è stato quello delle impronte digitali da prendere ai minori rom in occasione del nuovo censimento affidato alla Croce Rossa dal Ministero dell’Interno. Questa proposta ha incontrato notevoli resistenze da parte di alcune istituzioni europee e di una fetta importante di opinione pubblica, tanto che il Prefetto di Roma, Carlo Mosca, decise di non procedere al rilevamento delle impronte e c’è chi dice che questa decisione sia all’origine della sua recente rimozione dalla Prefettura.

I Rom a Roma
Ad oggi non abbiamo ancora i dati ufficiali del censimento effettuato a Roma dalla Croce Rossa, dalle anticipazioni fatte ci sembra di poter affermare che i dati rilevati sono notevolmente sottodimensionati rispetto le reali presenze di Rom sul territorio capitolino, pertanto non riteniamo utile basarsi su di essi, figli di un’operazione più propagandistica che analitica.
D’altronde il Comune di Roma, tramite soprattutto la Polizia Municipale, aveva effettuato e continuamente aggiornato i suoi censimenti dai quali si evincono cifre molto diverse, e secondo chi scrive più affidabili, da quelle anticipate dalla Croce Rossa.
Ad oggi abbiamo 22 campi “riconosciuti” dal Comune di Roma, più diverse decine di campi cosiddetti “spontanei” o abusivi, molto difficili da stimare perché continuamente sgomberati e ricostituiti in aggregazioni differenti, sui quali diremo in seguito.

                                
Mun.II    FORO ITALICO        89        KANIARJA    Cristiani Ortodossi
Mun.IV    CAMPING NOMENTANO    ATTREZZATO    150+54            KHORAKHANE'-RUMENI    Musulmani e cristiani ortodossi
Mun.V    SALVIATI    ATTREZZATO    69    RUDARI    Cristiani Ortodossi
Mun.V    SALVIATI 2    ATTREZZATO    280+56    KHORAKHANE'/RUDARI    Musulmani e cattolici ortodossi
Mun.V    MARTORA        298   RUDARI    Cristiani Ortodossi
Mun.V    SPELLANZON       SINTI    Cattolici
Mun.VI    GORDIANI    ATTREZZATO    190   RUDARI    Cristiani Ortodossi
Mun.VII    NAIDE        30                         
Mun.VII    CASILINO 900        611    KHORAKHANE'    Musulmani
Mun.VII    DAMETA        38   KANIARJA    Cristiani Ortodossi
Mun.VIII    VIA DI SALONE    ATTREZZATO    696  KANIARJA / KHORAKHANE'/ROMENI    Cristiani Ortodossi / Musulmani
Mun.IX    ARCO DI TRAVERTINO    ATTREZZATO    38   KHORAKANE'    Musulmani
Mun.X    LA BARBUTA        341   KHORAKHANE' / SINTI    Musulmani / Cattolici
Mun.XI    V. SETTECHIESE        26    SINTI    Cattolici
Mun.XII    TOR DE CENCI    ATTREZZATO    352  KHORAKHANE'-MACEDONI    Musulmani
Mun.XII    CASTEL ROMANO    ATTREZZATO    773   KHORAKHANE'     Musulmani
Mun.XIII    ORTOLANI -LENORMANT        61     KANIARJA    Cristiani Ortodossi
Mun.XV    CANDONI    ATTREZZATO    681  RUMENI-KHORAKHANE'    Cristiani Ortodossi/ Musulmani
Mun.XVIII    MONACHINA        104       KHORAKHANE'    Musulmani
Mun.XIX    LOMBROSO S.M.PIETA'    ATTREZZATO    150    KHORAKHANE'    Musulmani
Mun.XX    T.DI QUINTO (BAIARDO)      KANIARJA    Cristiani Ortodossi
MUn.XX    CAMPING RIVER    ATTREZZATO    400        RUMENI     
    TOTALE         5701                        


Nella tabella abbiamo indicato anche le differenziazioni etniche e religiose interne al mondo rom, spesso sconosciute anche agli addetti ai lavori ma utili per conoscere un mondo che si sbaglierebbe a immaginare unico perché invece  molto differenziato al suo interno e portatore di uno specifico rapporto con la città di Roma.
La prima traccia della loro presenza è, a dimostrazione della secolare discriminazione subita, un bando di espulsione del 1557. A quei tempi i Rom vivevano nella Suburra, l’attuale rione Monti, dove ancora qualche antica famiglia conserva una casa o il ricordo di questa. Una delle vie principali di questo rione si chiama proprio via degli Zingari, dove dal 2001 è anche affissa una targa in ricordo dello sterminio nazista di Rom ed Ebrei. Ma è all’inizio del ‘900 che una parte consistente di Rom abruzzesi (in Italia già dal XIV secolo) si sposta a Roma in un quartiere che, proprio in virtù della loro attività di allevatori di cavalli, verrà chiamato “del Mandrione”. Fino agli anni ’60 a Roma abbiamo quindi Rom abruzzesi, Sinti giostrai e circensi (Togni, Orfei, Mediano…) e pochi Rom napoletani e Camminanti (o Caminanti) siciliani, dediti, allora come adesso, all’attività di arrotino e di ombrellaio. In tutto circa 2500 presenze, tutte di nazionalità italiana.
Negli anni ’60 giunge a Roma un consistente flusso dalla Jugoslavia: Rudari e Kanjari dalla Serbia, di religione cristiano-ortodossa e Khorakhané dalla Bosnia e dal Montenegro, di religione islamica. A questi si aggiunge pochi anni dopo un flusso meno consistente di Rom rumeni. Negli anni ’90 le guerre che insanguinano e lacerano la Jugoslavia spingono in Italia una seconda ondata di Rom, soprattutto bosniaci i quali, alla tragedia della guerra e dell’esilio, dovranno aggiungere l’assurdo giuridico di non avere nessuna cittadinanza.
Alla fine del secolo Roma ha quindi circa 3000 rom italiani (nella stragrande maggioranza abitanti in case di proprietà o in alloggi popolari) e circa 6000 tra slavi e rumeni ospitati allora in 29 campi. E’ in questo contesto che il Comune di Roma approva il “Piano di intervento finalizzato all’integrazione delle comunità rom/sinti” (2 aprile 2002). Questo piano prevedeva politiche attive per i Rom, nell’ottica antiassistenzialistica della promozione sociale: scolarizzazione e contrasto alla mendicità per i minori (60% dell’intera comunità), sostegno alla genitorialità e alla salute per le donne, formazione e orientamento al lavoro, creazione di impresa sociale, borse lavoro e sostegno all’artigianato e al commercio tradizionali. Anche le politiche abitative furono progettate su tre livelli: campi sosta temporanei e semi attrezzati, villaggi attrezzati e inserimento abitativo.
Un piano abbastanza ambizioso sia per le finalità che per gli strumenti che si proponeva, ma che purtroppo fu seguito solo parzialmente, in maniera rapsodica e senza criteri riconoscibili. Se infatti l’Amministrazione ha finora fatto un grosso sforzo per assicurare la scolarizzazione e per attrezzare alcuni campi, poco o nulla è stato fatto sul fronte dell’inserimento lavorativo e alloggiativo. Ma ad impedire i primi timidi sforzi in questo senso fu anche la consistente seconda ondata di Rom dalla Romania che dal 2000 ad oggi ha fatto saltare il già insufficiente sistema di accoglienza romano. Queste popolazioni, provenienti da città rumene che avevano subito un violento impoverimento come Craiova, Calarasi, Turnu Severin e Timisoara, hanno caratteristiche molto differenti dai Rom rumeni arrivati in Italia negli anni ’60-’80. Sono infatti figli del caos succeduto alla caduta del regime di Ceaucescu, quindi meno scolarizzati, più abituati all’emarginazione, alla disoccupazione e a vivere di espedienti. Pochi di questi Rom hanno trovato accoglienza nel sistema dei campi, così dopo tanti anni a Roma si è riavuto il fenomeno delle baraccopoli. Questi Rom, insieme ad altri senza casa italiani o di altre nazionalità, hanno infatti costruito bidonville sugli argini dei fiumi, nelle ville pubbliche, sotto i cavalcavia delle tangenziali, nei parcheggi delle metro e dei supermercati, sotto i ponti del Tevere e in tutti gli altri anfratti suburbani dove sopravvivere. Insediamenti spontanei e altamente instabili: sgomberi di polizia, piene dei fiumi, conflitti con altri gruppi hanno determinato una geografia quotidianamente rinnovata, estremamente difficile da censire e ancor più difficile da raggiungere dal lavoro sociale. Per chi volesse avere un'idea rimandiamo all'osservatorio romano sulle migrazioni della Caritas, dove comparirà questo articolo, dove pubblichiamo una tabella frutto di un censimento effettuato dagli operatori del “Progetto Karin”, un progetto dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Roma gestito da Arci Solidarietà, che prevedeva un orientamento di base ai servizi socio-sanitari degli abitanti di questo tipo di insediamenti.
Questa tabella riguarda solo una piccola zona di Roma; l’abbiamo scelta per dare il senso della nuova tipologia di tali insediamenti (sapendo che al momento della pubblicazione già non sarà più valida). Se infatti nei primi tempi i Rom tendevano a costruire insediamenti grandi con centinaia di presenze (sul tipo di quello, forse il più conosciuto, di Ponte Mammolo), dopo i numerosi e quasi quotidiani sgomberi la strategia adottata è quella dei microinsediamenti, a dimensione poco più che familiare, più invisibili e più pratici. Un tipo di insediamento che rende estremamente difficoltoso ogni tentativo di  conteggio serio delle presenze e di orientamento e promozione sociale.
Ad oggi possiamo dunque stimare di avere a Roma circa 13000 Rom di cui circa il 60% minorenni. Circa 3000 sono Rom, Sinti e Caminanti con cittadinanza italiana alloggiati in case private o popolari, circa 5000 Rom dell’ex-Jugoslavia alloggiati nei 22 campi attrezzati e non del Comune e un numero approssimativo e variabile dai 3000 ai 5000  di Rom rumeni alloggiati solo in piccola parte (circa un migliaio) nei campi del Comune e per la maggioranza nei campi cosiddetti spontanei, disseminati oramai anche in altri territori provinciali e regionali.

A che punto è l’integrazione?
A Roma, se si eccettua la scolarizzazione, non ci sono progetti stabili e “di sistema” per far fronte all’emergenza dell’emarginazione rom. Negli anni si sono succeduti diversi progetti “locali” (cioè situati in singoli campi o Municipi) di inserimento lavorativo o alloggiativo, di promozione dell’autonomia familiare o delle figure femminili, di contrasto alla mendicità e di promozione di una cultura della legalità, ma mancano sia dati certi e comparabili dei risultati sia studi analitici di tali pratiche che ne verifichino la funzionalità e l’esportabilità.
Due anni fa questa pubblicazione titolò il capitolo dedicato ai Rom “un’emergenza sempre rinnovata”. Il titolo varrebbe ancor oggi. L’emergenza è stata rinnovata sicuramente dai nuovi arrivi massicci dalla Romania che, come abbiamo detto prima, hanno fatto saltare l’intero sistema di accoglienza romano dirottando i fondi dalle politiche di sviluppo a quelle, appunto, emergenziali, ma chi scrive è convinto che anche senza le problematiche portate da questi nuovi arrivi la situazione non sarebbe comunque molto diversa. Questo perché manca una strategia forte e condivisa da tutti gli attori (Istituzioni, Privato Sociale e Rom) che possa fungere da modello stabile per programmare azioni di sistema verificabili. Si procede sempre per approssimazioni successive spacciate per sperimentazioni (che per definizione non possono essere infinite) in un quadro incoerente, senza finalità dichiarate e senza criteri per verificarle.
La scuola
In questo vuoto programmatico anche l’unico progetto stabile, appunto la scolarizzazione, rischia di evidenziare solo i suoi limiti, che certamente presenta, e di veder vanificati e non riconosciuti gli importanti risultati ottenuti in più di un decennio.
Una grandissima parte delle famiglie rom si sono impegnate nella scolarizzazione dei propri figli, spesso numerosi, abbandonando la perniciosa abitudine di utilizzarli nell’economia familiare. Hanno imparato il valore sociale della scuola, il rispetto di orari, di regole e del ruolo dell’insegnante, hanno visto i propri figli divenire “mediatori naturali” con le Istituzioni italiane  (anche solo per il fatto di saper leggere e scrivere) e hanno scommesso, in sintesi, sul ruolo della scuola di integratore e ascensore sociale.
I dati delle iscrizioni alla scuola dell’obbligo sono in costante ascesa: nel 1999 c’erano 1161 minori iscritti, nel 2003 erano1791 e nel 2008 sono 2027.
Quello che è successo è che alla fine della scuola dell’obbligo questi ragazzi sono ricaduti nel vuoto progettuale e spesso anche in quello legislativo per quanto riguarda i documenti di soggiorno. Senza un intervento stabile e di sistema che accompagni questi ragazzi a studi superiori o professionali, si rischia di vanificare tutti gli importanti successi ottenuti nella scuola dell’obbligo.
Piccoli progetti di post-obbligo o di formazione professionale ci sono stati, ma appunto si tratta di interventi locali e rapsodici, senza un piano definito e comunque nessuno, neanche chi li ha finanziati e gestiti, possiede dati certi.
Il Lavoro
Anche sul tema lavoro dobbiamo registrare un’assoluta mancanza di dati su cui costruire valutazioni in grado di guidare la programmazione della progettualità sociale. Per una descrizione attendibile di questo fenomeno ci dobbiamo quindi basare sull’esperienza diretta.
Il fenomeno più macroscopico è quello del tentativo di recupero o di “aggiornamento” di mestieri tradizionali. Molti Rom infatti si stanno dedicando ad attività di mercato (soprattutto le donne) con prodotti artigianali o di riciclaggio, di raccolta materiali ferrosi, di sartoria tradizionale, di lucidatura metallo e arredi sacri nonché di musica e spettacolo itinerante.
Le attività di mercato sembrano produrre buoni risultati, sia dal punto di vista economico sia da quello dell’integrazione. Molti Italiani li frequentano e familiarizzano con i commercianti rom. Alcuni di questi mercati, come ad esempio quello vicino al campo rom di via Lombroso (Santa Maria della Pietà), sono composti da Rom e immigrati di diverse provenienze e la convivenza, dopo iniziali malumori, pare esser proficua anche grazie alle attività di mediazione dell’ente gestore di quel campo. Alcuni di questi mercati sono stati sospesi dalla nuova giunta mentre altri stavano per essere inaugurati. L’auspicio è che si tratti di una razionalizzazione e non di una interruzione di una esperienza positiva.
La raccolta di materiali ferrosi e di altri rifiuti ingombranti è un’attività molto diversificata. La cooperativa Phralipé, ad esempio, collabora con l’AMA per il conferimento di rifiuti ingombranti, spesso abbandonati i luoghi non idonei (cassonetti o discariche abusive), presso le isole ecologiche.
Ma la maggior parte dei Rom, e questo ci sembra tra i fenomeni più significativi, ha aperto partite IVA individuali con le quali gestire questa attività di raccolta in forma privata, comprando e rivendendo a cantieri, officine e artigiani. Questa funzionalità del lavoro per mezzo di ditte individuali potrebbe dirci che la strada finora seguita dagli interventi pubblici con la costituzione di cooperative di Rom, che non ha dato grandi risultati, andrebbe integrata implementando e sostenendo anche questi altri tipi di forme di organizzazione del lavoro. Il fenomeno pare esser molto consistente soprattutto tra le famiglie bosniache del campo rom di via Candoni, anche qui grazie all’importante lavoro di segretariato sociale ed empowerment effettuato dagli operatori dell’ente gestore del campo.
I progetti di sartoria e stireria (come l’”Antica Sartoria Rom” o la cooperativa “Baxtalò Drom”) hanno avuto un gran successo e sono importanti in quanto rafforzano la figura femminile nelle comunità rom ma purtroppo riguardano ancora un numero molto basso di persone.
Altre attività lavorative tradizionali sono quelle effettuate per il campo: riparazione stufe e cucine da campo, pulizia e giardinaggio delle aree del campo, piccola edilizia e meccanica per il campo. Alcuni infine lavorano come operatori in attività sociali dedicate al campo.
Tutte queste attività descritte, sicuramente importanti, hanno però il limite di essere rivolte verso il campo stesso o quello di essere il tentativo di tenere in vita attività tradizionali. Nulla di male in questo, basta che non ne sfuggano i limiti. Se infatti è importante cogliere l’opportunità di far emergere e divenire regolari un certo numero di attività già svolte rendendole anche compatibili e funzionali  all’ambiente circostante, è però possibile che dopo anni di scolarizzazione molte delle nuove generazioni non si dedichino ad attività più tipiche del Paese ospitante? Non si tratta certo di volontà di assimilazione, solo ci sembra indicativo del livello di integrazione e promozione sociale reale, tra l’altro desiderato in primis proprio dalle nuove generazioni di Rom.
Per trovare esempi di Rom impegnati in attività lavorative non tradizionali bisogna ricercare con una certa fatica, in quanto sono pochissimi esempi e quasi sempre nascosti o dissimulati. L’enorme pregiudizio che condanna anche la parte migliore di questa comunità costringe infatti molti ad ottenere questo tipo di lavori nascondendo la propria identità.
Un discreto numero di Rom (soprattutto rumeni) lavora in edilizia, come autista di camion o come magazziniere, alcune donne come badanti. Abbiamo anche qualche raro esempio nei servizi pubblici come operaio stradale, manutenzione semafori, operatore presso il canile municipale.
Diversi Rom bosniaci (soprattutto donne) provenienti dai campi più integrati nei contesti urbani (Gordiani, Arco di Travertino…) lavorano nel turismo o nella ristorazione come cameriere, cuoco, facchino, autista o pierre. Altri ancora fanno i rappresentanti di prodotti cosmetici, lavorano presso estetisti e parrucchieri o propongono contratti telefonici.
I limiti di questo tipo di esperienze lavorative sono tre: il primo, come abbiamo già detto, è che sono esperienze limitate ad ancora troppo poche persone. Il secondo è che, di volta in volta per responsabilità datoriale o del lavoratore rom, hanno una durata limitata nel tempo, spesso solo pochi mesi. Il terzo è che comunque risultano figlie dell’iniziativa individuale e della buona volontà di alcuni Rom nonché spesso della vitalità dell’economia sommersa e informale romana. Buone prassi che non provengono quindi dalla programmazione di efficaci interventi sociali di promozione sociale e di inserimento lavorativo. E’ vero che in minima parte qualcuno ha usufruito di borse-lavoro, ma si tratta veramente di numeri ininfluenti, e comunque anche su di ciò non si ha nessun tipo di dato utilizzabile.
Crediamo quindi non sia più rimandabile inaugurare un diverso approccio a tale questione, intervenendo sulle esigenze del territorio con strumenti innovativi come ad esempio l’utilizzo di imprese di transizione per la messa al lavoro di Rom adeguatamente selezionati e formati, affiancati poi da misure di sostegno e rimotivazione. O ancora proponendo ai più giovani laboratori motivazionali di orientamento alle professioni e ai lavori diffondendo storie di “successo” lavorativo. In Europa o in regioni come Piemonte ed Emilia-Romagna sono stati utilizzati con successo, spesso in contesti molto meno emergenziali e necessitanti rispetto a quello romano. Riteniamo fondamentale questo lavoro motivazionale e comunicativo in quanto gli abitanti dei campi rom, soprattutto i più giovani, hanno bisogno di esempi, di modelli che facciano loro pensare che è possibile, che si può forzare il proprio destino e crearsi un futuro diverso, cosa che l’immobilità della situazione del campo non permette.
I Campi
Il “Campo” è infatti, parafrasando Woody Allen, il problema del quale pretende essere la soluzione. Nel campo si rafforza un’identità socio-culturale rom posticcia. Nel senso che le dinamiche che scaturiscono da un tipo di aggregazione abitativa così estrema sono talmente forti da plasmare i modi di vita di chi vi entra e da informare di loro ciò che il campo “comunica” all’esterno. In questo senso non sarebbe molto diverso se vi abitassero Svizzeri o Masai, e se avessimo dimenticato cos’erano le baraccopoli romane abitate da Italiani ancora trent’anni fa basti andare a rivedere “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola ambientato tra le baraccopoli di Monte Ciocci a due passi da San Pietro. Quella che nell’opinione comune passa per cultura rom, è spesso un coacervo di dinamiche sottoproletarie e da campo miste a quelle parti di culture tradizionali che riescono ad adattarsi e sopravvivere alle dinamiche stesse del campo. Dopo tanti anni questa dimensione abitativa ed esistenziale è divenuta sia rifugio che prigione per i Rom i quali, per la prima volta nella loro storia e da almeno due generazioni, nel campo nascono e muoiono. Sentono che il campo è all’origine della loro esclusione sociale, ma allo stesso tempo lo vivono come unica forma di difesa da una società che non conoscono o che avvertono ostile. In questa dimensione nascono sottoculture e alibi culturali che divengono nuove gabbie di esclusione per la parte più debole della popolazione rom, come, ma è solo un esempio, la leggenda secondo la quale il manghel, ossia la questua, sia radicata nella loro cultura. Questa affermazione è facilmente confutabile osservando come all’interno della comunità questa pratica non si eserciti; è piuttosto una strategia di sopravvivenza, accettabilissima e comune a tante tradizioni e codificata da quasi tutte le religioni, che però presenta due grandi rischi: il primo è quello di cadere nelle maglie di un racket spietato, il secondo è quello di accettare nel profondo della psicologia individuale e di comunità un dato strutturale di subalternità e di esclusione.
Se da una parte sarebbe velleitario chiedere l’immediata chiusura dei campi con soluzioni abitative per tutti i Rom, soprattutto in un contesto abitativo così critico come quello romano, non ci sembra neanche realistico immaginare di protrarre nel tempo questa situazione, magari con qualche manutenzione e miglioria nei campi.  Certamente da una parte vanno apprezzati gli sforzi di dotare di strutture dignitose e di interventi sociali sempre più efficaci i campi, l’esperienza infatti dimostra che i campi meglio strutturati (moduli abitativi, gestione h24, segretariato sociale, presidi sanitari…) presentano migliori risultati nella scolarizzazione dei minori e negli inserimenti lavorativi e socio-assistenziali (in questo senso è fondamentale il lavoro di avvicinamento ai servizi socio-sanitari del territorio che dal 2001 l’Area Sanitaria della Caritas sta sviluppando con il GrIS-Area Zingari).
Ma è oramai indispensabile rovesciare l’impostazione finora seguita e immaginare tutti gli interventi destinati a queste popolazioni come finalizzati anche a promuovere l’uscita dal campo e l’autonomia abitativa (elaborando criteri in cui bisogni e meriti siano incrociati), pena il fallimento di tutti gli sforzi, magari intelligenti e ben programmati, di promozione sociale.
 


 




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19 settembre 2008

RIOT A CASTELVOLTURNO

Doveva succedere anche da noi.
Cento africani a Castel Volturno esplodono di rabbia per la strage effettuata dal clan dei casalesi.
Quando è stato pestato a sangue il ragazzo a genova nessuno l'ha detto.
Quando hanno ammazzato Abdul a Milano perché aveva rubato i biscotti nessuno l'ha detto.
Quando hanno ammazzato sei africani in Campania nessuno l'ha detto.
Ma quando gli africani si sono ribellati (senza ammazzare nessuno) il prefetto l'ha finalmente detto: "sto pensando di inviare l'esercito".
Si è fatto di tutto per avere una nostra rivolta di banlieu, ora i Bava Beccaris spuntano come funghi, galvanizzati da un governo che promuove emarginazione, segregazione e repressione.
Di questo passo, tra discariche, stazioni, città e comunità migranti, per avere abbastanza esercito bisognerà ripristinare la leva obbligatoria.




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2 settembre 2008

I delatori di Cantù

via gibilix on September 2nd, 2008
La ridente cittadina di Cantù

La ridente cittadina di Cantù

[via Manteblog]

Una delle armi di repressione più odiose ed atroci del fascismo e di altri regimi totalitari è la delazione. Anche senza arrivare all’orrore assoluto delle leggi razziali, che ancora qualcuno orrendamente si ostina a sostenere furono poca cosa nella terra degl’Italiani, brava gente, le persone potevano anonimamente denunciare comportamenti non consoni di vicini, passanti e conoscenti.
Sotto il fascismo ci furono decine di migliaia di delazioni, con conseguenze serie per le vittime, colpevoli di “offese al Duce”, dell’ascolto di “Radio Londra” o di altre violazioni del codice penale. Non erano quasi mai dei militanti antifascisti (a questi pensava l’Ovra), ma dei poveri diavoli che si esponevano con sfoghi imprudenti in luoghi pubblici.

Sebbene la delazione sia sempre un orrore, quel tipo di delazione era comportamentale: ti denuncio per quel che fai. Invece nel 2008 assistiamo ad una forma di delazione molto più simile a quella delle leggi razziali: ti denduncio per quello che sei, anzi per quello che io pregiudialmente penso tu sia per il tuo aspetto. È così che il sindaco di Cantù decide di “risolvere” il suo problema con gli extracomunitari. Un numero verde sarà attivato a breve per denunciare, anche anonimamente, la presenza di extracomunitari sospetti in un qualsiasi punto del territorio della città di Cantù.

Per fortuna oggi abbiamo mezzi più efficaci per sabotare iniziative orrende come questa ed esprimere la nostra indignazione. Tra gli hacker esiste una tecnica chiamata Distributed Denial of Service che consiste nel far utilizzare un servizio in maniera massiccia da milioni di utenti sparsi dappertutto, in modo da saturare le capacità di risposta del sistema e di fatto “buttarlo giù”.

E su questo principio che si basa l’iniziativa di Alessandro Gilioli dell’Espresso, con cui tutti possiamo contribuire a far capire al sindaco di Cantù che queste cose in una Repubblica democratica non s’hanno da fare. Assolutamente.

  • Aprite Google Map su Cantù
  • Scegliete un punto a caso della città
  • Telefonate anonimamente al numero 031717411 (Vigili del Fuoco, in attesa che sia attivo il numero verde)
  • Segnalate nel punto scelto la presenza di un extracomunitario sospetto (chessò uno svizzero che mangia il panino per strada, uno statunitense con gli occhiali scuri ed una valigetta sospetta, un australiano con il cappello di Crocodile Dundee che salta come un canguro. Altre idee da segnalare?)
  • Spargete la voce ed invitate altri a fare lo stesso




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28 giugno 2008

IMPRONTE ROM? L'EUROPA DICE NO!

Pietro Petrucci, portavoce della Commissione europea, riguardo alla proposta di schedatura dei rom da parte del ministro dell'Interno, precisa: «Si tratta solo di un annuncio e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto giuridico dello Stato membro». Ma, a chi gli chiedeva se la schedatura delle impronte dei Rom fosse compatibile con le norme Ue contro la discriminazione, Petrucci ha chiaramente risposto di no e ha poi ribadito: «... non è mai successo finora in uno Stato membro».

La replica del ministro dell'Interno, è avvenuta durante la registrazione della trasmissione televisiva “Otto e Mezzo”. «Noi facciamo un censimento - ha affermato Maroni - questa non è una schedatura. Facciamo accompagnare questa azione dalla Croce Rossa Italiana, che accompagnerà la polizia nei campi nomadi per tutelare i diritti di tutti. Ci sono decine di migliaia di bambini che vivono nell'immondizia e con i topi».

Maroni, partendo dai “Patti per la sicurezza”, firmati dal precedente ministro dell'Interno Amato, ha poi aggiunto: «L'emergenza nomadi non è stata affrontata con misure adeguate e io ho deciso di dare attuazione ai Patti». Per il titolare del Viminale chi vive in Italia: «... deve stare in condizioni decenti. Sono allibito quando sento richiami alla convenzione Onu sui diritti dei bambini... (l'immigrazione) è un fenomeno epocale, bisogna cercare di evitare lo Tsunami e convogliare la piena, che ci sarà comunque, perchè non distrugga il nostro tessuto sociale».

Sulla schedatura dei Rom, anche da Strasburgo arriva un monito all'Italia. Il segretario generale del consiglio d'Europa, Terry Davis, attraverso un comunicato stampa afferma: «Sebbene io creda che la democrazia italiana e le sue Istituzioni siano abbastanza mature da evitare che idee del genere vengano tramutate in leggi, mi colpisce che un membro autorevole del governo di uno degli stati membri del Consiglio d'Europa abbia fatto una tale proposta».

Sul parere espresso dalla Commissione Europea, e sulle dichiarazioni di Maroni, ha replicato il ministro ombra dell'Interno, Marco Minniti: «Le valutazioni della Commissione Europea confermano pienamente le nostre preoccupazioni e la nostra contrarietà alla iniziativa del ministro Maroni di prevedere l'obbligo di raccolta delle impronte digitali per i bambini rom. Quella di Maroni è una iniziativa che non ha alcun precedente in Europa e che colloca l'Italia fuori da tutte le regole comunitarie».

Luciana Sbarbati, capogruppo del Pd nella commissione bicamerale sull'Infanzia, sullla questione schedatura, focalizza l'attenzione sui minori. «Non pensa il Premier che tutto ciò cozza contro la sua sedicente proclamata cultura liberaldemocratica? Da buon cattolico e da statista democratico è suo dovere cancellare subito questa norma ma soprattutto insegnare al ministro dell'Interno che comunque, anche in caso di diversità di razza, le colpe dei padri, reali o presunte, non possono ricadere sui figli, in questo caso minori».




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16 giugno 2008

NO ALLA DIRETTIVA RIMPATRI

Come avevo anticipato postando la lettera di Evo Morales all'Unione Europea, si sta creando un movimento contro la Direttiva Europea in materia di immigrazione. Riporto qui sotto un appello ai Parlamentari Europei:

Il 17 giugno a Strasburgo il Parlamento europeo dovrà votare la “direttiva rimpatri”. Il testo già varato dal Consiglio dei Ministri degli Interni dell'UE prevede che la durata della detenzione amministrativa per i migranti irregolari sia estesa fino a 18 mesi: una misura sproporzionata che rappresenta una vera e propria criminalizzazione dei migranti, i quali vengono privati della loro libertà, rinchiusi in luoghi disumani e degradanti, senza aver commesso alcun reato.
La direttiva prevede inoltre la possibilità di trattenere ed espellere i minori non accompagnati, di rimpatriare i migranti in paesi diversi dal proprio e il divieto di reingresso in Europa fino a cinque anni.
Dal testo finale sono scomparse molte garanzie procedurali e tutele legali per i migranti che volessero fare ricorso contro l'espulsione, intaccando in questo modo anche i diritti di coloro che legittimamente aspirano all'ottenimento dell'asilo.
Perchè questa direttiva affonda gli standard europei ed internazionali di tutela dei diritti umani, peggiorando la condizione di accoglienza dei migranti,
perchè in gioco non c'è soltanto la politica migratoria dell'Unione europea ma la natura stessa del nostro modello sociale,
perchè la legge deve essere uguale per tutti e le libertà fondamentali non si negoziano,
facciamo appello ai Parlamentari europei affinchè non approvino questa direttiva.
 
L’appello è stato promosso e sottoscritto dagliitalianiMoni Ovadia (attore, scrittore), Margherita Hack (astrofisica), Danilo Zolo (giurista e filosofo), Wilma Labate (Regista cinematografica); dai belgiGeorges-Henry Beauthier (Avvocato, ex presidente della lega dei diritti dell’uomo), Carine Russo (senatrice, ispiratrice del movimento Les Marches Blanches), Eric Toussaint (docente universitario, presidente del Comitato per la cancellazione del debito pubblico per il paesi del Terzo Mondo), Pierre Mertens (scrittore); daglispagnoliMarcelino Camacho (sindacalista), Rosa Regàs (scrittrice e ex direttrice della Biblioteca Nacional), Pilar Bardem (attrice), Jaume d'Urgell (giornalista, direttore del periodicademocracia.es); daifrancesiSusan Giorge (economista scrittice) e i Toure Kunda (band musicale); dai greciMichalis Grigoriou (architetto e professore alla Ionian University), Dimitrios Halastis (artista), Tasos Koronakis, (Greek Social Forum), Yannis Kakoulides, (scrittore), Nadia Valavani (scrittore, economista), Jina Politi (Professore emerito - Aristotle University), Georgios Makris (attore, sceneggiatore); daiportoghesiJorge Silva Melo (regista cinemagrafico, attore e scrittore) e Luis Moita (vice rettore dell’Autonoma Università di Lisbona), per laGermaniaAlbert Scherr ( professore, comitato per diritti fondamentali e democrazia); Morus Markard ( Professore della Università Libera di Berlino), Birgit Mahnkopf (professor della scuola di economia di Berlino), Prof. Elmar Alvater ( professore dell'Univeresità libera di Berlino), Martin Singe ( Comitato dei diritti fondamentali e della democrazia), Friederike Habermann (scrittore)   .

Per sottoscrivere:nodirettivarimpatri@yahoo.it




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7 giugno 2008

NUOVI MODELLI DI SVILUPPO

SVILUPPO: Cambiare il modello di sviluppo, a Terra Futura è possibile
Sabina Zaccaro

Un momento della passata edizione
Foto: Terra Futura

ROMA, 22 maggio 2008 (IPS) - Tre giorni per parlare di crisi del sistema finanziario e proporre una riforma dei mercati. Ma anche per insistere sull’insostenibilità dell’attuale modello sviluppo e valorizzare possibili vie alternative e buone pratiche, che peraltro già esistono. Parte domani il quinto appuntamento a Firenze con Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale.

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"Occorre costruire alleanze trasversali per mettere in atto le alternative a un modello di sviluppo che ormai ha dimostrato di essere insostenibile – sia per il nostro pianeta che per i suoi abitanti – e far fronte alle incontestabili conseguenze dei profondi cambiamenti climatici", sostengono gli organizzatori. Per farlo, è necessario trovare insieme nuove strategie e modalità di azione comune tra imprese e cittadini, tra mondo della ricerca e istituzioni politiche.

"Esistono già esempi di alleanze: il commercio equo inizia ad interessare le grandi imprese, e sul versante dei cambiamenti climatici una rete mondiale informale fatta di scienziati, istituzioni internazionali, governi locali, imprese, punta da anni all’ecoefficienza", afferma Ugo Biggeri, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, "e ancora, molti cittadini si interrogano sui consumi e sull’uso dell’energia".

I risultati si vedono: "le buone pratiche, per esempio nella bioedilizia, si diffondono rapidamente assieme alla consapevolezza sui problemi". Oggi, conclude Buggeri, "si dovrebbero rendere queste alleanze più esplicite ed efficaci, traducendole in richieste politiche che indirizzino più velocemente verso i cambiamenti necessari, disincentivando economicamente i comportamenti insostenibili".

Saranno questi i temi portanti intorno ai quali si svilupperà Terra Futura, che porta a Firenze per il quinto anno consecutivo 550 espositori e 5000 realtà rappresentate: associazioni, reti del non profit, enti e istituzioni, imprese eticamente orientate.

E' una ''scommessa vinta", spiega ancora Biggeri, "poichè ha dimostrato in questi anni che l'interesse dei cittadini rispetto ai temi della sostenibilità è sempre più ampio". Sono temi, ha concluso, che per la loro trasversalità chiedono di andare oltre le parti e oltre i governi.

Saranno 160 gli appuntamenti fra laboratori di buone prassi e animazioni per coinvolgere i visitatori, in un programma culturale che vedrà la partecipazione di numerosi esperti e testimoni della politica, dell’economia, della cultura e del non profit.

Come i responsabili della PARC, la ong palestinese leader nel settore dello sviluppo rurale, nella protezione dell’ambiente e nel rafforzamento del ruolo delle donne; e ancora le reti di economia solidale e le testimonianze dei movimenti dell’America Latina tra conflitti sociali e difesa dell’acqua come bene comune, anche quest’anno al centro di molti appuntamenti culturali.

E di globalizzazione, movimenti e futuro del Forum Sociale Mondiale si parlerà durante la tre giorni.

Al centro di questa edizione di Terra Futura anche il tema dei cambiamenti climatici e del loro impatto sull’agricoltura, la sicurezza alimentare, ma anche sui diritti umani.

Entro il 2050 ci saranno 150 milioni di “ecoprofughi” nel mondo, come ricorda il “Dossier sui diritti umani e ambientali”, a cura di Nuova Ecologia e Amnesty International, che sarà presentato venerdì, giorno in cui Legambiente presenterà anche “Pesticidi nel piatto”, il rapporto annuale sui residui chimici dell’ortofrutta. E in anteprima per l'Italia saranno presentate le linee guida del nuovo “Manifesto sui sistemi alimentari e sui cambiamenti climatici”, predisposto dalla Commissione Internazionale sul futuro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura, in collaborazione con la Regione Toscana, che sarà illustrato il prossimo 27 maggio a Bruxelles.

Terra Futura è promossa e organizzata da Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus per conto del sistema Banca Etica (Banca Etica, Consorzio Etimos, Etica SGR, Rivista ”Valori”), Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., e realizzata in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Legambiente, in collaborazione con Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Firenze Fiera SpA, e numerose altre realtà nazionali e internazionali.
Per il programma completo: www.terrafutura.it




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